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Non ho più voglia di allenarmi, tra stanchezza e senso di colpa.


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Praticare un’attività sportiva spesso è associato ad un evento ricreativo e rilassante, ma spesso qualcuno vive emozioni di disagio e senso di colpa quando decide di saltare un allenamento. Cosa accade?

Mi è capitato, girando per i circoli sportivi, di chiedere a chi pratica attività sportiva, per quale motivo lo praticasse sport, il 90% delle risposte sono state univoche: per stare in forma e per il benessere.

Ma è veramente così?

Ognuno di noi da un significato diverso alla parola benessere, diversi significati variano in base alle priorità che ci poniamo e che ci guidano nella vita. Le persone anziane hanno quale priorità quella della prevenzione di malattie croniche quali diabete, ipertensione ed altro. Per le persone più giovani l’allenamento invece è mirato alla perfetta forma fisica che provoca in loro benessere e quindi si sottopongono a corretti regimi alimentari, sessioni di allenamento studiate per il giusto apporto calorico e dispendio di energie. Ad ogni età la sua motivazione, dunque, con obiettivi e finalità diverse. Qui entra in gioco l’autopercezione nel "qui ed ora" e la percezione di uno scarto rispetto all'immagine di sé desiderata, può far emergere una tendenza ad esprimere giudizi ed opinioni estremamente critiche verso sé stessi, fino al punto da assumere la forma di un pensiero svalutante rimuginante, altrimenti detto "senso di colpa". Atteggiamento mentale che attinge alle risorse psichiche e fisiche della persona, che risuona, inconsapevolmente, anche a livello endocrino ed ormonale.

Ma cosa intendiamo per senso di colpa? Il nostro dizionario lo definisce come: "un profondo e insopprimibile disagio, provocato dal rimorso per vere o presunte infrazioni alla legge morale o religiosa". La legge morale a cui sottostare è quella che ci siamo imposti: il dover essere in un determinato modo per raggiungere il benessere. Per raggiungere quella sensazione di benessere dovremmo perseguire delle azioni da noi accolte come possibili ed auspicabili; se, nella scelta di non seguire questa strada ed agire diversamente, il giudizio critico verso noi stessi è alto, sviluppiamo, così, pensieri svalutanti sulla nostra persona. A questo punto, lo sport che doveva servire per favorire il benessere, diventa un dovere a cui assolvere indipendentemente dai desideri, nel rispetto dei patti stabiliti con sé stessi, il metro di misura del benessere si trasforma nel metro di valutazione. L’attività sportiva che abbiamo scelto di svolgere si trasforma in qualcosa da cui non si può e non si deve prescindere, a costo di noia, fatica, stanchezza, senso di colpa e frustrazioni; in questo modo quando si sceglie di non allenarsi, invece di percepire l’astensione come un momento di recupero, viene vissuta, dallo sportivo, come una fonte di stress. Diventare giudici di se stessi non è una buona abitudine nello sport, è più indicato, invece, allearsi a ciò che in un processo individueremo nella difesa, dunque comprendere quale sia il comportamento che abbiamo adottato per astenerci dall’allenamento, comprendere il motivo per cui non ci siamo allenati e lavorare, magari insieme ad uno psicologo dello sport, al fine di comprendere quali siano i nostri reali bisogni e ottimizzare al meglio le nostre risorse, evitando di vivere nella frustrazione ed il senso di colpa.

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