Cerca
  • infocepibsport

M° Danilo Di Feliciantonio BorgoPrati 1899 e l'arte del Judo.

#judo #modellocrea #danilodifeliciantonio #maestro #educazioneemotiva #autoregolazione #borgoprati1899 #sportedisciplina #passioneetradizione #sudoreefatica #filosofiadivita


Danilo Di Feliciantonio nato a Roma il 27 giugno 1952, insignito della qualifica di “Maestro” sin dal 1983, Cintura bianco-rossa di Judo VI dan – Rokudan – è Commissario regionale e nazionale per gli esami di passaggio di dan; Vice-Presidente e Dirigente dei Tecnici della associazione sportiva dilettantistica “Borgo Prati-Roma 1899”; insegna, a tutt’oggi, negli storici locali dell’associazione in via Tommaso Campanella nr. 7. Nell’intervista che segue, approfondiamo la conoscenza del Judo: un’arte marziale che sviluppa un vero e proprio sistema educativo, capace di contribuire alla crescita emotiva dei suoi praticanti.

Il Judo è nato a fine Ottocento dal Jujitsu giapponese per l’intuizione del Prof. Jigoro Kano (1860-1938) e si è diffuso nel mondo pur richiamandosi al patrimonio spirituale della casta guerriera dei Samurai: trasformandosi così, per scelta del suo creatore, in un sistema educativo che non conosce distinzione di sesso, razza o religione. Con il progressivo, faticoso arricchimento dell’io , chi lo pratica perviene, attraverso la “non-resistenza” e la “cedevolezza”, alla “prosperità e mutuo benessere” dell’intero consesso umano: Jita Kyoei. Perseguendo la “massima efficacia” – Seiryoku Zen’yo – grazie a una tecnica eseguita impeccabilmente che, in un unico istante perfetto, regala al suo esecutore uno stato di pienezza fisica e spirituale.

Maestro Danilo, come avete scoperto questa disciplina giapponese? Cosa fu ad affascinarvi e quale il primo tatami che avete calpestato? 

Nel 1960 mio padre, grande sportivo, voleva che io iniziassi un’attività che impegnasse il mio tempo libero. Da poco c’eravamo trasferiti all’Alberone, in zona San Giovanni, e lì conobbi un mio coetaneo, Massimo Tulli, che mi parlò di questa misteriosa “lotta giapponese” che aveva iniziato a praticare in uno scantinato di piazza Camillo Finocchiaro Aprile, a pochi metri da casa nostra... Fu così che, un po’ per curiosità, un po’ per il desiderio di mio padre sempre proiettato nel futuro, entrammo assieme nei due piani interrati della Edera Judo. L’Edera era, allora, il simbolo del Partito repubblicano e quei locali, oltre ad essere un vero e proprio dojo, erano la sede di un circolo politico. Ricordo ancora la mia emozione quando, entrato, vidi una trentina di ragazzi di varie età vestiti di bianco con Cinture multicolori delle quali non capivo il significato. Iniziai comunque subito questa nuova e affascinante avventura sotto la guida del Maestro Silvano Addamiani e di suo padre, Rodolfo, detto Baffo, il cui solo sguardo, posato su di te, bastava ad incuterti paura d’esser ripreso, con timore per le conseguenze. Non ero certo un “cuor di leone” e lo shiai – quello che nel Judo significa combattimento – non era nelle mie corde. I primi periodi furono per me problematici e difficili ma poi, grazie alla costanza e all’insistenza di mio padre, acquisendo conoscenze tecniche ed entrando nella logica del “miglior uso dell’energia”, cominciai a percepire la bellezza di questa disciplina estremamente innovatrice che insegnava anche principi di socializzazione che potevano far primeggiare l’uomo eticamente e moralmente. Concetti e convinzioni che mi hanno sempre accompagnato nella mia storia d’insegnante. Divenuto Cintura gialla venni esaminato dal Maestro Tommaso Betti Berutto, pioniere del Judo italiano e allievo diretto del Maestro Carlo Oletti (colui che, all’inizio del Novecento, portò il Judo in Italia). Nel 1968 diventai Campione d’Italia esordienti e fui più volte medagliato nei Campionati italiani di categoria e azzurro. Nel 1974 frequentai la A.N.I.J., l’Accademia Italiana di Judo, uscendone col massimo dei voti e iniziando, assieme al Maestro Costantino Giampieri, la conduzione tecnica nella gloriosa Borgo Prati-Roma 1889. Nel 1983, dopo un corso altamente specializzato condotto dal Maestro Noritomo Otani, mi viene conferito il titolo di Maestro: in assoluto, allora, io ero il più giovane Maestro d’Italia... Da allora migliaia di piccoli e grandi atleti si sono succeduti conoscendo, grazie all’insegnamento della Borgo Prati-Roma 1889, questa splendida disciplina... Campioni italiani, Cinture nere a loro volta diventati insegnanti tecnici... così tanti che ho smesso di contarli! Eppure ancora oggi, anche dopo giornate faticose o tristi, mi basta far cadere il mio sguardo su un bimbo in judogi, sereno e gioioso, per essere ripagato di ogni amarezza o dubbio.

Maestro Danilo, cosa significa “Judo” e quali sono i principi filosofici che lo regolano?

“Judo” – precisamente “Ju-do” dove “do” sta per percorso, sentiero, via – significa, letteralmente, “Via della cedevolezza”. Io vinco cedendo; io catturo la forza dell’avversario che mi sta spingendo e la uso per proiettarlo a mia volta. Se un uomo molto forte sta spingendo una ragazza questa, con determinate tecniche, potrà controllare il suo aggressore e quando costui, sbilanciato, cercherà di ristabilire il proprio equilibrio indietreggiando, la ragazza saprà farlo cadere proiettandolo al suolo. Non è un’esagerazione; bensì quello che effettivamente avviene acquistando la consapevolezza che la forza altrui può essere catturata e usata a proprio vantaggio. L’intuizione di questa disciplina risiede, però, nella circostanza che le tecniche di combattimento, anche letali, possono essere studiate per arrivare a quella “Massima Efficacia nella Utilizzazione dello Spirito e del Corpo” che, sola, diviene un principio universale per chiunque voglia migliorare se stesso e dare anche agli altri occasione di farlo. Nessuno, infatti, pratica il Judo da solo: si è sempre in due e la simbiosi che viene creata fra chi esegue una tecnica – tori – e chi la riceve – uke – produce benefici per entrambi.

Maestro Danilo, perché il “Judo” o, come preferite voi, il “Ju-do” può migliorare l’auto-efficacia personale?

Pensiamo per un attimo alla prima cosa che i nostri genitori ci hanno insegnato quando abbiamo cominciato a camminare: “Attento che cadi e ti fai male!” Bene. La prima cosa che invece s’insegna nel Judo è proprio l’arte di rompere la caduta ovvero lo studio di come evitare a farsi male cadendo. Le ukemi. Noi insegniamo a cadere: cadere di fianco, cadere di schiena e cadere rotolando in avanti. Quindi è come se, nei nostri meccanismi mentali, dovessimo tornare indietro, regredire, imparando a perdere, ma volontariamente, il nostro equilibrio... Quando invece, sin da bambino, ti hanno ripetuto che non devi farlo “perché altrimenti ti farai male!” Questo è proprio uno dei particolari che possono meglio far comprendere perché il Judo migliora l’auto-stima e l’auto-efficacia personale. Chiunque acquisti padronanza del proprio corpo o consapevolezza di saper superare limiti e paure, cambia il proprio io e, migliorandolo, acquista fiducia in sé e, di riflesso, sviluppa anche la fiducia negli altri. Diventare più forti vuol dire, semplicemente, rendere se stessi migliori sapendo che tale crescita non solo modificherà l’immagine che abbiamo di noi e la nostra prestanza fisica ma, se condivisa, saprà arricchire persino le relazioni fra le persone.

Maestro Danilo, qual è la filosofia educativa che segue la storica palestra della Borgo Prati-Roma 1899?


Con tutti i nostri limiti e nell’oggettiva consapevolezza che insegnare, da sempre, è cosa assai difficile, cerchiamo di sviluppare nei nostri ragazzi il bisogno di migliorarsi, di crescere assieme divertendosi: per far diventare i nostri atleti, semplicemente, “persone per bene”. Se ci pensiamo un attimo, in questi anni pieni di violenza e di sopraffazione, anche la sola ambizione di voler essere persone migliori, può produrre un immenso cambiamento.

Maestro Danilo, quando capita di osservare le gare dei più giovani atleti possiamo notare che, spesso, i ragazzi eseguono pochissime tecniche, generalmente sempre le stesse; orientati come sono a cercare esclusivamente lo schienare il proprio avversario. Cosa pensa di questa “specializzazione” precoce dei più giovanissimi?

Mi ripeto: insegnare è l’arte più difficile. Ogni atleta ha una sua chiave di lettura, un esclusivo pentagramma che, se ben accordato, può produrre una melodia ma che è in grado anche di emettere un suono stonato. È difficile. Oggi giorno la circostanza che il bagaglio tecnico dei nostri atleti sia limitato a due o tre tecniche, seppur perfette o efficacissime, è il risultato di una competizione portata all’estremo. Forse, sul tatami, è addirittura l’immagine dei nostri tempi. Si deve soltanto e assolutamente vincere. Ma non è detto che chi vinca sia, poi, il migliore. Certo una competizione sportiva presuppone un podio e medaglie d’oro, d’argento e di bronzo. Certo l’emozione e la vertigine d’essere il Primo... Certo... Ma il judo dovrebbe anche trasmettere, partendo proprio dagli atleti più piccoli, che l’armonia è il risultato di quello sviluppo che solo la fantasia, e quindi un sistema variegato di innumerevoli tecniche, può regalare. Ma costa assai fatica insegnare innumerevoli tecniche... E costa ancor più fatica sforzarsi di doverne imparare tante... Specie se ne bastano solo due o tre per sconfiggere l’avversario. In fondo, quella che noi chiamiamo Via – do – è una strada lenta e faticosa ma che, alla fine, è in grado di cambiare la consapevolezza di sé proprio per questa sua lentezza faticosa. D’altronde dopo ogni salita ci si ferma sulla vetta.

Non ci resta, un pomeriggio, che provare ad affacciarci in via Tommaso Campanella nr 7

238 visualizzazioni

© 2018 Cebip sport. Created with Wix.com