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Francesco Molinari, il campione gentleman che lavora duro.

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“Ho scelto un mental coach coraggioso”: questa dichiarazione è tra le più recenti dell’unico golfista italiano ad aver vinto l’Open Championship, il Major più antico e prestigioso. Parliamo di un trionfo che passa alla storia e proietta il golf italiano in una nuova dimensione. La storia di Francesco “Chicco” Molinari è una storia fatta di fatica e sudore, di infinite ripetizioni dello swing. Una vita di lavoro, impegno, dedizione, sacrificio. Dagli esordi da bambino, col fratello Edoardo, al Golf Torino, ne è passato di tempo, ma le sue radici rappresentano per lui uno dei pilastri fondamentali del suo successo, insieme a tutto il suo Team tecnico: Denis Pugh, lo swing coach che lo segue dal 2003, Phil Kenyon, il tecnico, la sua famiglia e il suo mental coach Dave Alred. Francesco dichiara di aver scelto Alred perché è conosciuto per la sua capacità di trasformare lo stress in energia positiva sul campo e per essere un tipo tosto, esperto nel rendere le cose molto difficili in campo pratica, costringendo a tirare colpi in situazioni di disagio. “Praticare brutto” viene definita, dall’energico mental coach, la modalità che utilizza col suo atleta: il giocatore, in allenamento, deve simulare tutto ciò che sente quando è sotto pressione in torneo; questo fa sì che possa migliorare la concentrazione sulla propria modalità di agire nella performance, ad ogni colpo. Alred lavora tantissimo con Chicco sulla Conoscenza di se stesso e di come funziona quando è sotto pressione, in ogni singolo movimento, in maniera capillare, considerando, ad ogni colpo, le emozioni che emergono. E’ per questo che la Relazione tra il mental coach e l’atleta deve rappresentare un riferimento sicuro e un costante supporto, per far sì che, dalla conoscenza dei punti di debolezza, si possa passare all’utilizzo delle risorse e allo sblocco dell’Energia. Come si lavora per diventare Autoefficaci? Una volta che qualcosa è diventato confortevole è necessario cambiare, uscire dalla comodità ed entrare di nuovo nella difficoltà: più qualcosa è scomodo all’atleta, più il suo cervello sarà impegnato e maggiormente profondo sarà l’apprendimento. Praticare nella “brutta zona” significa simulare quella sensazione di disagio e aiutare un giocatore a sviluppare la capacità mentale necessaria per andare oltre, portando con sé quel disagio. Complimenti a Francesco e Dave. Nulla ha valore senza la fatica.

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